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Ultimo aggiornamento: 26/06/2008
IntroduzioneIn questo articolo parlo della gestione del colore, argomento spinoso e complicato. Però è uno degli scogli che il fotografo deve aggredire e sgretolare, se non vuole trovarsi impantanato in frustrazioni e perdite di tempo. Come sempre, buona lettura. Indice
Si comincia!Uuuuh, questo è un argomento molto serio, uno dei più ostici da comprendere. Però appena ci si mette a giocare con la fotografia digitale con un po' più di serietà, subito ci si scontra. Spazi colore, calibrazione del monitor, profili... che casino! Il coloreTutto parte dal colore. Cos'è il colore? Si tratta dell'interpretazione del nostro cervello delle radiazioni che raggiungono la nostra retina. Le radiazioni (onde elettromagnetiche) di cui parliamo sono quelle con lunghezza d'onda da 380nm (verso il blu) a 700nm (verso il rosso), e tutte assieme formano lo spettro del visibile, il classico arcobaleno di colori.
La temperatura del biancoUn foglio di carta illuminato dal sole è "bianco" perché riflette tutto lo spettro visibile. Un fiore è "giallo" perché assorbe tutti i colori dello spettro meno il giallo, che invece viene riflesso. Il colore di un oggetto dipende quindi dalla fonte luminosa, dall'oggetto illuminato e anche dal nostro occhio-cervello. Oltre che nella fotocamera digitale, anche per il monitor di solito è possibile settare la temperatura di colore, almeno per quelli seri; altre volte bisogna accontentarsi della temperatura del bianco "nativa" cioè quella propria del monitor. La temperatura di colore del bianco per i monitor è una caratteristica del punto del bianco, descritto fra qualche paragrafo. Da dove vengono i colori primari?Attraverso vari esperimenti, si è scoperto che il nostro occhio è sensibile al colore attraverso i "coni" della nostra retina. La cosa carina è che sono di tre tipi, ed ognuno è grosso modo sensibile ad una parte dello spettro. Se dividiamo spannometricamente lo spettro del visibile in tre terzi, otteniamo guarda caso i tre colori primari: rosso, verde, blu. Se illuminiamo la retina con tre fonti luminose una rossa, una verde e una blu, di eguale intensità, ognuna stimolerà un tipo di cono, e il risultato finale è la percezione del colore "bianco".
Possiamo però partire dalla parte opposta: invece che disporre di tre fonti luminose per illuminare la retina e ottenere il bianco, supponiamo di prendere il bianco e di levare uno dei colori primari alla volta. Otteniamo il ciano (bianco meno il rosso), il magenta (bianco meno il verde) e il giallo (bianco meno il blu). Questi sono i tre colori della sintesi sottrattiva, utilizzata nella stampa.
Al di là di questi giochetti, si scopre che per produrre tutti i colori recepibili dai nostri occhi abbiamo bisogno dei tre colori rosso, verde e blu: due colori non bastano, più di tre non servono. Il gamutIl gamut (spazio colore) di una periferica (monitor, stampante, fotocamera, scanner, ...) o di uno spazio colore è "il mondo" dei colori che essa è capace di riprodurre (monitor, stampante), di catturare (fotocamera, scanner) o contenere (sRGB, AdobeRGB, ...). Uno dei grafici tridimensionali pù utilizzati è sicuramente quello nello spazio CIELAB (vedi anche il paragrafo "Gli spazi colore generici" più avanti). Si tratta di grafici con tre assi: L è l'asse della luminosità, e a e b sono gli assi dei colori. I punti sull'asse L sono in pratica i toni di grigio, dal bianco al nero. Quando usciamo dall'asse L i punti si "colorano", secondo le coordinate a e b (che non hanno un significato immediato, sono solo due numeri indicanti il colore del punto).
Esiste la versione 2D (bidimensionale), ovviamente comunica meno informazioni (ed è meno carina...). In questo caaso, il grafico è costruito in modo un po' differente, solitamente utilizzando il piano Yxy, ma concettualmente si tratta di scegliere un valore di luminosità e "sezionare" il grafico tridimensionale. Il piano Yxy, qulla specie di triangolo storto con un angolo arrotondato, è stato costruito dagli scienziati pensando di raccogliere tutti i colori che l'occhio umano può percepire.
Il grafico 2D sul piano Yxy di uno spazio colore RGB, come ad esempio il diffusissimo sRGB, consente di riconoscere nei vertici del triangolo proprio i colori primari RGB rosso. verde e blu.
Alcuni programmi permettono di caricare nei grafici 2D e 3D anche delle immagini, che vengono visualizzate come "nuvole" di punti. Tali punti sono proprio la posizione nello spazio LAB dei colori dei singoli pixels, e quindi è possibile confrontare il gamut dell'immagine (inteso come insieme dei colori della foto) con il gamut dello spazio di lavoro oppure del profilo ICC di stampa.
Punto del bianco e punto del neroIl punto del bianco e il punto del nero (white point e black point) sono due punti particolari del gamut di una periferica: sono appunto il massimo bianco e il massimo nero riproducibile.
Di solito si parla del punto del bianco quandoci si riferisce alla sua temperatura, usualmente a proposito della fotocamera (nella quale a tal proposito c'è il controllo del bilanciamento del bianco) e del monitor del PC. Un'osservazione: se vedete il grafico precedente, riferito alla Canon iP4000 su PR-101, si nota che entrambi i punti del bianco e del nero non stanno precisamente sull'asse L, come dovrebbero: il punto del bianco è leggermente spostato, a causa del bianco della carta PR-101, mentre il punto del nero è spostato dall'asse L a causa del "colore" del nero prodotto dagli inchiostri CMYK della stampante. Purtroppo quest'ultimo viraggio è abbastanza visibile nelle stampe in bianco e nero: i toni scuri sono tutti bluastri... E giustamente questo è evidenziato dai grafici di cui sopra. I profili ICCSe vi siete mai interessati al color management (e anche nel corso di questo articolo), uno dei primissimi termini che avete incontrato è "profilo". I grafici relativi alla stampante Canon iP4000 con carta PR-101 che avete visto negli esempi nei paragrafi precedenti sono stati costruiti partendo dal profilo ICC (che il driver della Canon ha copiato in una cartella di Windows, al momento dell'installazione) e mediante un apposito programma. Se ci pensate non è un concetto difficile: come fa un computer a capire che colori può produrre una stampante se non attraverso un file di descrizione della stessa? Il profilo ICC, appunto.
Sembra banale, ma non lo è. Per niente. La realtà è che il profilo di una periferica è una fotografia, un'istantanea del comportamento di tale periferica. Ma fatta da chi? Come? Quando? Misurando cosa? Quali sono gli effetti di profili non corretti per stampante e monitor? Semplice: quello che vediamo sul monitor non è quello che stampiamo, e non è quello che qualcun'altro vede sul monitor del proprio PC: i colori delle nostre foto diventano arbitrari. Non è una bella cosa per una foto... Anche per i profili ICC è possibile eseguire confronti utilizzando i grafici Yxy (2D) e LAB (3D). Ad esempio, possiamo confermare che (normalmente) il profilo ICC per la stampa su carta glossy è più grande del profilo ICC per la stampa su carta matte.
In Windows XP i profili vengono salvati nella cartella "c:\windowsS\system32\spool\drivers\color". Certe volte i files hanno nomi criptici, quindi per capire bene che profilo contengano è necessario caricarli in un'applicazione per la gestione dei profili ICC.
Inportante: il profilo ICC contiene la descrizione del gamut dei colori (sotto forma di tabelle di numeri, di solito), ma contiene anche le informazioni necessarie al motore del color management per eseguire le conversione nei quattro intenti. Quindi non è questo motore che ragiona su come convertire, ad esempio su come giocare con l'intento percettivo, ma è il profilo stesso che ha già dentro di se tutte le "decisioni" (sotto forma di tabelle piene zeppe di numeri, prodotte dai programmi di profilazione). Quindi, è fondamentale che il profilo ICC sia "ben costruito", cioè che la strumentazione e soprattutto i programmi di creazione dei profili abbiano fatto un buon lavoro. Quali sono i problemi?Supponendo di riferirci al caso di una foto catturata mediante la fotocamera digitale e stampata mediante PC e stampante, vorremmo che le tre periferiche coinvolte (fotocamera, monitor del PC, stampante) avessero il gamut più esteso possibile, magari illimitato, in modo da ottenere il risultato più... "colorato" e veritiero possibile.
Ad esempio, certe tonalità di blu che vediamo sul monitor del PC non si possono stampare sulla getto di inchiostro. Si tratta di limiti tecnici, anzi, tecnologici, relativi alla chimica degli inchiostri e delle carte (l'ennesimo caso in cui la realtà purtroppo si discosta sensibilmente dalla teoria). Per cercare di ovviare a questi limiti alcune stampanti dedicate alla fotografia (tipo la Epson R800, la HP8750, la Canon IP8500) oltre ai quattro soliti colori CMYK hanno anche altre cartucce (di solito rosso, blu, magenta chiaro, ciano chiaro), per estendere il gamut e riuscire ad arrivare lì dove le stampanti da 4 colori non possono arrivare.
Sempre con i vari programmi di visualizzazione dei gamut, ho aperto un'immagine scattata con la mia Minolta 7D (jpg, spazio AdobeRGB) e ho confrontato tale immagine con il gamut di una stampa su carta matte MP-101 (non scelta a caso, tra tutte le carte le opache sono quelle con gamut più ristretto), ed ecco il risultato:
Le tonalità più chiare del magenta (petali dei fiori) e quelle più scure (foglie verdi, sullo sfondo) sono colori fuori del gamut della stampa! Questo vuol dire che la mia 7D (che ha prodotto l'immagine del fiore) ha un gamut più esteso del gamut della stampa con iP4000 con carta MP-101. Ma non finisce qui: cosa succede se il mio amico Gian apre una foto appena pubblicata sul mio sito, e se la vede con un monitor totalmente diverso come caratteristiche? La vedrà diversa! Magari mi telefona e mi dice che è poco contrastata (lui ha un LCD di ultima generazione, io ho un CRT) e magari con una dominante un po' verdognola...
Questo vuol dire che, se non troviamo il modo di metterci tutti in pari, i colori di una foto variano come una banderuola al vento. Estremamente fastidioso, per una foto in cui i colori sono fondamentali, non stiamo parlando dello sfondo del desktop... Se trovate un programma che vi permetta di creare i grafici di cui sopra, è bello giocare a confrontare i gamut delle varie periferiche. Ad esempio, nel grafico qui sotto sono riportati gli spazi colore della mia stampante Canon iP4000 con carta PR-101 (pieno) e lo del mio monitor Samsung 959NF (in wireframe). Si vede che il monitor è molto più esteso verso il blu e verde chiaro, mentre la stampante ha un gamut più esteso nelle gamme intermedie dl blu e verde.
Questo vuol dire che certi colori che vediamo sul monitor non potranno essere stampati, e che certi colori che possono essere stampati non possono essere visualizzati sul monitor. Se ci pensate bene, è un bel casino... Anche se non ce rendiamo conto, utilizziamo il monitor del PC proprio come "visualizzatore" delle foto prima della stampa, e magari ci impegniamo molto nel correggere dominanti, saturare colori, ritoccare... e magari certe aree delle foto non sono stampabili! O peggio ancora, stiamo ritoccando alla cieca certi colori che il monitor non riesce a visualizzare e che invece esistono nella foto e verranno stampati! La soluzione? La gestione del colore!Riassunto del paragrafo precedente: è un bel casino! Guardiamo foto su monitor che ci fanno vedere i colori che vogliono, ritocchiamo alla bersagliera e stampiamo su stampanti con i colori che riescono a produrre. Se spedisco una foto ad un amico con un monitor differente, la vede diversa. Se mando a stampare le foto ad un laboratorio, i risultati sono molto diversi da quello che vedo a monitor. Ho ritoccato la foto per avere bei verdi, e la stampa ha una dominante rossastra. E' l'anarchia del colore! La soluzione ai problemi è la gestione del colore (color management, in inglese). O almeno, il tentativo di soluzione :-) L'idea è questa: visto che i "colori" di tutte le periferiche sono "diversi", per prima cosa li "misuriamo" con un'opportuno strumento e con un'opportuna... unità di misura. Quando abbiamo misurato per bene tutte le periferiche (fotocamera o scanner, monitor, stampante), allora possiamo "collegare" i colori di una ai colori dell'altro, in modo rigido e riproducibile. In più, possiamo conoscere con precisione quanti "colori" hanno le periferiche, ed intervenire nel momento ci siano delle differenze preoccupanti. Ecco come funziona il color management.
Come avete capito, non è semplice giocare con il color management, ma è l'unica strada percorribile per avere risultati ragionevolmente certi. Le altre strade di solito portano a perdere tempo e soldi. Tutto il carrozzone della gestione del colore sta' in piedi se siamo rigorosi nelle configurazioni e se i profili sono corretti! Se qualcosa non è preciso, possiamo andare in contro a risultati peggiori di non aver fatto niente! Tutti noi in realtà per qustioni di soldi o per pigrizia ce ne sbattiamo e continuiamo a lavorare in modo scorretto come se nulla fosse. Per nostra fortuna i produttori di monitor, stampanti, fotocamere e PC hanno messo in piedi una serie di accortezze per le quali la baracca sta in piedi, a fatica. Ma appena si comincia a pretendere leggermente di più di poter pubblicare la foto di famiglia su Internet, sono dolori! I newsgroup sono pieni di messaggi tipo "la mia stampe sono tutte scure", "vedo delle dominanti magenta nelle foto appena stampate dal laboratorio", "vedo le tue foto troppo fredde". Gli intentiAvendo appena visto che i gamut delle diverse periferiche sono in generale diversi, l' intento di rendering (rendering intent) è la strategia che utilizziamo per "mappare" i colori che esistono nel gamut di origine ma che non esistono nel gamut di destinazione. Ad esempio, per mappare i colori di un'immagine proveniente da una fotocamera digitale nel gamut di una stampante ink-jet.
Nelle nostre applicazioni tipiche (stampa in casa su ink-jet) si utilizza quasi sempre l'intento percettivo, il quale modifica i colori della foto di origine, cercando di lasciare inalterate le relazioni tra i diversi colori della foto stessa. In pratica, da' una botta qua e una la cercando di fare entrare tutti i colori nel gamut di destinazione, cercando di non rovinare troppo il risultato e soprattutto le "relazioni" tra i vari colori della foto. L'immagine finale teoricamente sarà sicuramente con un gamut inferiore, ma apparirà "percettivamente" molto simile all'originale. Eventualmente da provare anche l'intento colorimetrico relativo, che ha le seguenti caratteristiche interessanti: cerca di mappare il bianco originale nel bianco del gamut di destinazione (nel caso di una stampa, il bianco della carta), e per tutti i colori fuori del gamut di destinazione li sposta verso il colore riproducibile più vicino (nel senso della tonalità - hue). Da provare, qualche volta funziona meglio dell'intento percettivo. Facciamo un esempio: la foto del fiore vista sopra. Nei due grafici qui sotto si vede l'effetto dell'intento (percettivo, in questo caso) per portare i colori fuori dal gamut della stampa su carta MP-101 (riportato in wireframe in entrambi i grafici 3D) a dentro il gamut. Se notate nel secondo grafico non ci sono più "puntini" (corrispondenti ai colori dell'immagine) fuori dal gamut; se però confrontate i due grafici noterete che anche quelli che erano già dentro comunque si sono spostati: è proprio l'intervento dell'intento percettivo, che ha cercato di mantenere il "senso" delle relazioni tra i colori dell'immagine.
Quindi, la gestione del colore consiste in due passi fondamentali: prima bisogna riconoscere le situazioni potenzialmente problematiche (come quella appena esposta), quindi si interviene, magari a tentativi, ma avendo ben in mente cosa si stà facendo. Nel caso di cui sopra, la buona riuscita di una stampa ink-jet (ripeto, è l'applicazione che più di tutte richiede queste conoscenze) dipende anche dalla scelta dell'intento di rendering: c'è poco da fare, quando si arriva a sfruttare la combinazione stampante-carta-inchiostro al limite, bisogna farsi trovare pronti e avere le conoscenze per gestire queste situazioni difficili.
La differenza tra una scelta di intento e un'altra può non essere drammatica, però sono proprio questi dettagli che cerchiamo di migliorare... Le differenze drammatiche in realtà si hanno con errori grossolani, tipo assegnazioni invece di conversioni di profili o doppia/errata gestione del colore. Gli spazi colore generici come spazi di lavoroOltre agli spazi colore delle varie periferiche esistono degli spazi colore speciali, creati matematicamente al solo scopo di "gestire" le trasformazioni da uno spazio ad un altro e soprattutto da utilizzare come spazio di lavoro all'interno delle applicazioni di fotoritocco. Infatti, in un'applicazione capace di gestire il colore, quando carichiamo un'immagine, qualsiasi sia lo spazio colore associato, questa viene "importata" nello spazio colore di lavoro. Quindi, la scelta di tale spazio di lavoro sono importanti: se è troppo limitato, perdiamo i colori dell'immagine originale, oppure non sfruttiamo appieno i colori riproducibili dalla periferica di destinazione finale (monitor, stampa). Quattro sono gli spazi che nella fotografia si sentono nominare più spesso come spazi di lavoro:
E' possibile utilizzare i grafici Yxy (2D) e LAB (3D) per confrontare due gamut.
Come abbiamo anticipato, SRGB non gestisce una bella fetta di colori, che invece potrebbero essere stampati (sempre che siano presenti nella foto). Meglio passare all'enorme ProPhotoRGB come spazio di lavoro, facendo attenzione a lavorare a 16bit, se possibile. Il confronto con grafici tridimensionali nello spazio LAB è molto più informativo ed efficace, poichè possiamo conoscere con esattezza quali colori e a quali luminosità ci siano diferenze tra due profili. Le immagine qui sotto non rendono appieno il concetto, meglio procurarsi un programma che possa girare e rigirare i grafici mediante il mouse.
Qui sotto, potete vedere sul piano Yxy i tre spazi di lavoto sRGB, AdobeRGB e ProphotoRGB, in ordine di grandezza crescente.
Per maggiori informazioni, c'è l'attimo articolo "Spazi di lavoro RGB" sul sito di Mauro Boscarol, oppure in inglese c'è "RGB Working Space Information". Se volete avere un'idea delle differenze tra sRGB e AdobeRGb, leggetevi "sRGB versus AdobeRGB". Qualche esperimentoPer capire meglio come funzionano i gamut, ho provato a creare un'immagine nello spazio sRGB (lo spazio di lavoro più piccolo a disposizione) e ho disegnato tre macchie con i tre colori primari. ho utilizzato il rosso (255,0,0), il verde (0,255,0) e il blu (0,0,255). Ho poi messo tre sample points (punti di misurazione), e giustamente Photoshop mi ha riportato i valori appena citati.
Se consideriamo i color come "punti" del grafico tridimensionale del gamut, allora i tre colori si posizionano nei tre vertici del gamut tridimensionale di sRGB, visto che hanno i valori "massimi", cioè ogni macchia ha valore 255 (il massimo valore numerico) per il rispettivo canale. In realtà, visto che ho utilizzato il pennello sfumato, si creano una serie di punti che vanno dal nero puro (0,0,0) dello sfondo ai tre vertici.
Se adesso convertiamo l'immagine nello spazio ProPhotoRGB, il più grande a nostra disposizione? La conversione viene fatta dal motore di gestione del colore (in questo caso quello di adobe, inglobato in Photoshop), il cui scopo è "mantenere" i colori dopo qualsiasi operazione di conversione. Beh, i colori "rimangono gli stessi", cioè la sensazione visiva nel nostro cervello non deve cambiare. I tre punti chiave non sono più nei vertici dello spazio di lavoro (ora ProPhotoRGB), ma diventano più interni, visto che sRGB è completamente racchiuso da ProPhotoRGB. Quindi, per assicurare la stessa sensazione visiva, e quindi "per non cambiare i colori", si cambiano... in numeri! Le tre macchie non hanno più numeri corrispondenti ai valori puri (con un canale a 255) ma assumno valori diversi.
Quali sono questi nuovi valori numerici? Semplice, diamo un'occhiata ai sample points di prima.
I numeri sono proprio diversi, molto distanti dai nuovi vertici dove i primari hanno valore 255, a significare che i primari puri di ProPhotoRGB sono molto più "colorati" di quelli di sRGB. Questo vuol dire che abbiamo guadagnato un certo margine prima di "clippare" un canale (cioè avvicinarsi ai valori 255 su uno o più canali), che possiamo utilizzare (più o meno inconsciamente) per elaborare ulteriormente l'immagine, magari per saturarla ancora di più. Attenzione che quello che comanda è il profilo/spazio di lavoro di destinazione finale: se devo stampare, devo fare attenzione al profilo ICC di stampa. Sarebbe inutile "estendere" i colori in ProgPhotoRGB, per poi "comprimerli" per farli stare in un profilo ICC di stampa più piccolo. Tutto chiaro? Spero di si. Si tratta solo di un semplice esperimento, giusto per capire come la gestione dei colori giochi con i numeri, allo scopo di mantenere la fedeltà cromatica durante le trasformazione degli spazi di lavoro o dei profili. La gestione del colore in Photoshop CS3Ovviamente Photoshop è il programma di fotoritocco con la gestione del colore più completa e funzionale. La configurazione delle funzionalità in questo settore del programma avvengono mediante un'apposita finestra, raggiungibile scegliendo il menù "Edit" poi "Color Settings...".
La prima impostazione da fare è lo spazio di lavoro quando si lavora in RGB (tralasciamo tutti gli altri casi, per adesso non ci interessano). Come già detto, è una scelta importante, da fare dopo aver soppesato pro e contro di ogni possibilità. Le scelte più comuni sono tra sRGB, AdobeRGB e ProPhotoRGB. La seconda scelta è dire a Photoshop cosa fare quando si aprono immagini con profili non coincidenti con lo spazio di lavoro o addirittura non presenti. Ogni file di immagine (che sia jpg, tif, psd, xcf, png...) si porta dietro infatti un profilo ICC, solitamente lo spazio di lavoro del programma che lo ha generato. Conviene comunque impostare le opzioni affinchè il programma chieda volta per volta cosa fare. Le possibilità alla fine sono due: utilizzare come spazio di lavoro quello impostato oppure quello dell'immagine. Nello stesso menù "Edit" ci sono due comandi interessanti: "Convert to Profile..." e "Assign Profile...", da utilizzare con attenzione. "Convert to Profile..." permette di convertire l'immagine in un altro profilo o spazio di lavoro. Il lavoro come al solito lo fa il CMM (motore di gestione del colore), che maneggia "i numeri" dell'immagine originale e li cambia, a seconda dell'intento scelto, per fare in modo che i colori non cambino (nei limiti del possibile) nello spazio di destinazione. Un caso tipico di applicazione è quando abbiamo elaborato un'immagine nello spazio AdobeRGB e poi la vogliamo pubblicare su Web, il cui standard è sRGB. In questo caso, l'intento "Perceptual" è quello che solitamente funziona meglio. Poichè lo scopo della gestione del colore è... conservare i colori in ogni trasformazione, teoricamente a viedeo non dovrebbe cambiare quasi niente (attenzione, quasi).
"Assign Profile..." invece ha molti meno utilizzi, ed è molto pericoloso. Raramente vi capiterà di utilizzarlo. Lo scopo di questo comando è di lasciare inalterati "i numeri" dei colori dell'immagine, ma cambiarne il significato, l'interpretazione. Solitamente dopo questa operazione i colori cambiano parecchio! Il CMM in questo caso non fa' nessuna conversione, cambia solo... un'etichetta.
Un'altro strumento di Photoshop relativo alla gestione del colore è il soft proofing, cioè la simulazione a video del possibile risultato finale di stampa. Non l'ho mai utilizzato troppo, forse con un po' di esperienza e di confronti tra stampe e simulazione a video questa possibilità potrebbe essere utile, però ho la sensazione che possa essere interessante solo se il gamut della stampa rientra tutto nel gamut del monitor, quindi può andar bene per chi stampa i giornali, ma non per noi che stampiamo su ottime stampanti inkjet. La configurazione di questa funzionalità si raggiunge dal menù "View" poi "Proof Setup" poi "Custom...".
La condizione di soft proof si attiva e si disattiva da menù "View" poi "Proof Colors" (combinazione Ctrl - y). L'attivazione è segnalata nella barra del titolo dell'immagine. Attenzione a non lasciarela involontariamente accesa, potreste ritoccare la foto in modo non corretto!
Quello che mi pare più interessanteè invece la funzionalità di gamut warning, collegata al soft proofing. In pratica, Photoshop colora di grigio le aree con colori fuori dal gamut di destinazione, e quindi le aree i cui colori cambieranno a seconda dell'intento scelto e che quindi sono da controllare con attenzione, onde evitare spiacevoli sorprese. Il gamut warning si attiva sempre dal menù "View" poi "Gamut Warning".
Ad esempio, se portate a stamper una foto ad un lab esterno, potreste richiedere il loro profilo ICC, configurarlo nel soft proofing e poi evidenziare le aree pericolose con il gamut warning. Potreste scoprire che le stampe chimiche non hanno gamut estesi, anzi, e che tanti colori (verdi e gialli intensi, per esempio) che voi avete pazientemente ritoccato, anzi, che avete evidenziato e saturato, sono fuori dal gamut.
La gestione del colore in GIMP 2.4GIMP non ha la completezza di Photoshop, ma gli strumenti basilari ci sono. Innanzitutto la configurazione della gestione del colore avviene dal menù "File" poi "Preferences...", dalla finestra principale di GIMP (non quella dellì'immagine caricata). Nella finestra di configurazione delle preferenze di GIMP, si scelga sulla sinistra la categoria "Colour Management".
Nella sua semplicità, c'è tutto!
Il comando di assegnazione di un profilo ad un'immagine si trova nel menù della finestra dell'immagine, voce "Image" poi "Mode" poi "Assign Color Profile...". La finestra che si apre è molto semplice: viene visualizzato il profilo attuale, e sotto si può scegliere quello da assegnare.
Allo stesso modo, il comando di conversione ad un altro profilo si trova nel menù della finestra dell'immagine, voce "Image" poi "Mode" poi "Convert to Color Profile...". Anche qui poco da dire: c'è il profilo originale, si sceglie il profilo di destinazione e l'intento.
La creazione dei profiliAbbiamo visto che i profili ICC forniti dai costruttori per il monitor e per la stampante, le due periferiche anelli deboli del color management, sono solitamente non molto corretti. Non sono cioè aderenti al comportamento reale delle periferiche, e quindi mandano all'aria tutti i nostri sforzi di creare una catena coerente dall'inizio alla fine della gestione delle foto digitali. Ma come si creano i profili ICC?
Ovviamente il tipo di stimolo e lo strumento utilizzato per misurarne la risposta dipendono dalla periferica: profilare uno scanner non è come profilare un monitor o una stampante o una fotocamera. Sottolineiamo che per quanto riguarda lo strumento, è molto importante sia lo strumento in se, ma soprattutto il programma di geatione, che deve essere bravo a creare profili ICC ben fatti a partire dalle misure effettuate. Fare un profilo è una cosa un po' complicata sel la si vuol far bene, è una strada piena di decisioni e compromessi, da percorrere com una buona dose di esperienza. Profilo ICC per il monitorLa calibrazione di un monitor, anzi più precisamente dell'insieme sistema operativo-driver scheda video-scheda video-monitor-luce ambientale (pensavate fosse semplice, eh?) consiste principalmnte nell'impostare quattro variabili:
Di solito la luminosità è una variabile che il software di calibrazione ottimizza automaticamente in funzione delle altre due, quindi la tralasciamo. Il contrasto viene sempre consigliato a 100%. Profilazione: il tutto avviene mediante uno strumento simile ad un mouse da appoggiare al centro del monitor, e da un software che "stimola il monitor nell'area proprio sotto allo strumento e contemporaneamente misura il risultato mediante lo strumento stesso. Tutti consigliano di eseguire la calibrazione almeno una volta al mese.
Quanto detto sopra vale per i monitor a tubi catodici (CRT), e vale in parte anche per gli LCD, che però sono un po' più carognosi da calibrare. A meno che non abbiate un Eizo da 6500Euro... L'acquisto di un pacchetto software + strumento di profilazione di solito non è troppo oneroso: si parte da 100Euro in su. Di solito vengono proposte varie fasce di prodotti, differenti solo per le capacità e caratteristiche del software. Un ottimo articolo da leggere per avere un'idea delle soluzioni attualmente sul mercato è "Soluzioni per calibrare e profilare monitor" dell'altrettanto ottimo Mauro Boscarol Soluzione provvisoria ma sconsigliata: un software di calibrazione del gamma, tipo Adobe Gamma (ne esistono anche di altri freeware, tipo QuickGamma), giusto per tirare avanti. Date un'occhiata all'articolo "Monitor calibration and gamma" di Norman Koren: c'è tutto sull'argomento, comprese tante immagini per la calibrazione visuale. Interessante anche l'articolo "Display calibration", soprattutto sulle osservazioni sui pattern di test per la calibrazione manuale per i monitor a tubi catodici e per gli LCD.
Le prestazioni maggiori del monitor dal punto di vista "fotografico" potrebbero non essere quelle ottenute alla massima frequenza di refresh e alla massima risoluzione, anzi. Sul mio Samsung 959NF ad esempio utilizzo una risoluzione di 1280x960 e un refresh di 75Hz (il massimo sarebbe ben 100Hz), ottenendo una buona luminosità e una maggiore durata del tubo catodico. Ovvimente il primo passo è sempre il buon senso: che non vi mettiate ritoccare con precisione lievissime dominati... con una situazione di luce come nella foto qui sotto!
Profilo ICC per la stampanteAttenzione: il profilo di cui stiamo parlando è legato a quella particolare stampante (ink-jet), con driver di stampa configurato con certi parametri, a quel tipo di carta e a quell'inchiostro (non è detto che utilizziamo quello della casa costruttrice della stampante, ormai ci sono molto produttori di inchiostri molto affidabili!). Cambiando anche una sola di queste variabili, cambiano le caratteristiche di colore della stampa, e quindi la realtà divergere dal profilo ICC che abbiamo prodotto. E quando la realtà della stampa non è più in sintonia con il profilo, quest'ultimo non serve a niente.
Esistono due alternative economiche. La prima è quella di utilizzare uno scanner a mo' di strumento di profilazione, per acquisire il target: boh, mi dicono che i risultati sono mediocri. E poi prima bisogna calibrare lo scanner. La seconda è quella di comperare un profilo ad hoc presso un centro specializzato. Si tratta di individuare una o più combinazioni carta-inchiostro, che pensiamo di utilizzare frequentemente, e spedire i target così stampati via posta a tale centro, il quale mediante i sui strumenti ci manda via email i profili creati. Lo svantaggio è che bisogna spendere dei soldi (circa 30Euro) per ogni combinazione, ma è anche vero che di solito ci si assesta su poche combinazioni (magari una su carta lucida e una su carta opaca). Chi ha seguito questa strada dice di essersi trovato molto bene. La terza alternativa ovviamente consiste nell'acquistare un dispositivo di calibrazione per stampanti: purtroppo è uno strumento molto costoso (più di 1000Euro per qualcosa di serio, a quel che so), molto di più di quello necessario per calibrare il monitor. Altra possibilità è quella di acquistare... una delle ultime stampanti HP con spettrometro a bordo! In entrambi i casi, se state valutando questa scelta, sicuramente avrete bisogno di molte più informazioni di quelle che questo articolo possa darvi... Per avere un'idea di tutte queste problematiche riferite ad una stampante reale, vi consiglio di leggervi l'articolo "Epson 3800: Step-By-Step Printing Workflow" di Eric Chan. Ovviamente anche se non avete una Epson R3800, ma un'altra stampante! Profilo ICC per la fotocameraCreare un profilo per la fotocamera digitale è un'operazione che si esegue poco frequentemente, e il motivo è semplice. Come abbiamo detto sopra il primo passo della profilazione è la calibrazione, che nel caso di una fotocamera digitale consisterebbe soprattutto nell'impostazione di una luce di ripresa ben definita (soprattutto come temperatura di colore) e controllata: e questo succede solo nel caso particolare di uno studio, con uno setup di luci stabile. Per il 99.9% dei fotografi, questo non è la situazione tipica.
Perché stampare utilizzando i profili?Prima di tutto, avere il monitor non profilato taglia le gambe a qualsiasi tentativo serio di stampare decentemente, quindi lo si dà per scontato. In secondo luogo, forse non è chiaro perché conviene stampare utilizzando i profili ICC e non il consueto driver di stampa fornito con la stampante, così carino e carico di opzioni per "migliorare" la foto automaticamente. Mmmmmh... Vediamo come stampo io con la mia iP4000: apro la foto, la ritocco, provo a stamparla, colori tutti sbagliati, smorti. Perché? Perché come spazio di lavoro ho scelto AdobeRGB, mentre il driver della iP4000 gestisce solo sRGB... Quindi una prima limitazione pesante: come è stato sottolineato nel paragrafo sugli spazi colore generici, lo spazio sRGB è il più piccolo dei disponibili e quindi capiterà spesso che qualche colore esca dal gamut e che quindi durante la conversione i colori in qualche modo (a seconda dell'intento) si "spostano" per rientrare nel gamut dell'sRGB. Non mi piace, soprattutto pensando che il gamut della stampante è più grande. Se invece uso un profilo ICC posso utilizzare lo spazio lavoro che voglio (meglio AdobeRGB o ProPhotoRGB, che sono abbastanza grandi), tanto ci pensa il motore di color management a mettere a posto le cose. Inoltre, posso anche utilizzare il soft proofing: se utilizzate Photoshop, potete visualizzare un'anteprima (simulare) di come sarà stampata la foto con quel profilo, e magari correggere qualcosa in base a quanto simulato. Interessante! Se ho la possibilità di costruirmi il profilo in casa, oppure se lo faccio fare ad un professionista, posso anche scegliere in prima persona i compromessi invitabili di tale profilo: ad esempio, nel caso della mia iP4000 potrei rinunciare ad un po' di profondità del punto del nero per renderlo invece più neutro, togliendogli quella velatura bluastra (ne avevo parlato qui, e si vedeva dal grafico tridimensionale del profilo canned). Ci sono anche dei software per ritoccare i profili già fatti. Se vogliamo utilizzare carta e inchiostri non originali ma prodotti da terze parti, l'utilizzo dei profili ICC è praticamente obbligatorio, non è possibile fare altrimenti. Anche qui, può succedere che il produttore dell'inchiostro o il produttore della carta abbiano nel loro sito proprio un profilo adatto alla vostra combinazione stampante-carta-inchiostro, ma può non essere oppure i profili possono non essere ottimali: la soluzione migliore anche qui è il profilo ad hoc. Qualche considerazione finaleDopo tutta questa pappardella, ecco alcune considerazioni finali, sunto di tutto quello che si legge in giro.
Links utiliLibriDue sono le fonti della conoscenza: i libri e Internet. Per quanto riguarda i libri, in realtà ne esiste uno che è la bibbia dell'argomento: "Real world color management", di Fraser, Murphy e Bunting. Stra-iper-mega-consigliato. Anche Mauro Boscarol ne parla bene, qui e qui (solo una frase: "il primo e il più bel libro mai pubblicato sulla gestione digitale del colore in pratica"). InternetUno dei siti più interessanti sull'argomento è senz'altro PhotoActivity: ci sono molti articoli completi e approfonditi ed il forum del sito è molto utile, visto che Enrico e Alberto (i due proprietari) sono molto disponibili e competenti per rispondere alle varie domande. Ecco gli articoli che vi consiglio di leggere assolutamente: In italiano il dio della gestione del colore è Mauro Boscarol, che ha la bontà di condividere nel suo sito parte della sua competenza professionale. Eccovi alcuni riferimenti utili.
Sempre in italiano vi consiglio:
In inglese, il panorama dei siti sul color management è sconfinato. Consiglio un giro qui:
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